jack65 ha scritto:Questa seconda parte mi sembra decisamente più intrigante, molto migliore della prima.
S P O I L E R
La storia raggiunge il suo culmine con la rapina, il ferimento di Kit, la caccia e lo scontro finale: tutto molto “ordinario”, situazioni già viste ampiamente ma trattate benissimo, sia la rapina, le sparatorie (delle “signore” sparatorie) eccetera, si evita di ricadere nel solito agguato fallito per la mira imprecisa e i banditi stavolta si comportano come tali.
Lo scorso mese avevo maledetto la terza di copertina che mi anticipava quello che non volevo sapere, mi aspettavo un rapimento di Kit, quindi sono stato molto sorpreso in positivo dallo svolgimento dei fatti. Ma non è tanto la storia in sé che m’interessa quanto l’originalità con cui sono stati trattati i personaggi.
L’unico di cui avevo previsto qualcosa è lo sceriffo, sentivo che sarebbe morto riscattandosi.
Credo che fosse ampiamente prevedibile, anche se non inficia la godibilità della storia, non più di quanto possa inficairla la prevedibilità della vittoria di Tex nel duello finale.
Se proprio voglio trovare un limite a quest’albo, mi sembra che gli si potesse riservare un trattamento migliore. Già parte con la macchia della codardia, e questo tratto viene amplificato e quasi esasperato dalla sua inazione durante la rapina, seguita da una rampogna del lord e addirittura da un’impietosa bocciatura dell’intera vita nel suo resoconto finale, cosa alquanto esagerata ma che per altro ci può benissimo stare, come spiegherò dopo. L’eroico riscatto finale col sacrificio in favore di Kit è quindi ben accetto, ma forse il tutto si svolge un po’ troppo rapidamente. Molto bello per altro presentare nel finale le lodi allo sceriffo da parte di Tex.
Un Tex che sembra quasi non apparire, sembra un personaggio in punta di piedi anche se è presentissimo dall’inizio alla fine, tanto che il suo sembra un eroismo scontato, ordinario, perché tutti si aspettano che agisca così: è la “banalità dell’eroe”, non tanto banale visto ciò a cui abbiamo assistito troppe volte nel post-500, a cui Tex ci ha un certo senso condannato: un eroismo banale così come può essere banale il male di un titolo di un famosissimo libro che ha fatto storia. L’autoironica battuta sull’invecchiamento non mi ha dato per nulla fastidio.
E sembra un personaggio tanto ordinario perché la parte del protagonista, anche se non è proprio così, sembra essere riservata a Kit, così fuori dell’ordinario, così “straordinario” nel proprio stoicismo, più che eroismo. Il rapporto padre-figlio è forse quello a cui teneva di più l’autore, e qui troviamo delle vere e proprie chicche. Aver recuperato una dimensione eroica di Kit, capace finalmente di agire e pensare con la propria testa senza pensare a cosa avrebbe fatto il babbo in una certa situazione, è una cosa a cui va dato grande merito. Sorpreso dal ferimento di Kit anziché dal suo rapimento, ma ancor più sorpreso dallo stoicismo dimostrato dello stesso il giorno dopo, e non m’interessa gran che che sembrasse in fin di vita, conta il recupero di un tratto che se ricordo bene era stato preparato e avviato dallo stesso GL Bonelli, condito con la consueta esuberanza giovanile.
E il rapporto col padre si amplia con la seconda chicca, l’episodio raccontato al lord. Io stesso avevo sentito una mancanza nel primo albo, Tex aveva quasi evitato un discorso un po’ più intimo quando Hodson era entrato un po’ in confidenza, qui “ripara” e si scioglie un po’ e dimostra l’affetto verso il figlio, che non mi sembra paternalistico ma un genuino e autentico affetto paterno. La preoccupazione poi è reciproca, non solo da padre a figlio e da figlio a padre, ma da uomo a uomo, forse la cosa più importante. Questa trattazione in un certo senso psicologica mi è piaciuta tantissimo.
Basterebbe questo per sottolineare i meriti di questa storia, ma il bello deve ancora venire, con le ultime 4 pagine veramente strepitose e toccanti affidate alla penna di questo straordinario personaggio. Questo è veramente il tocco di classe, un finale introspettivo e riflessivo alla N.Never, come piace a me e come a memoria penso non si sia mai visto su Tex.
Rispetto al primo albo il lord sembrava tenuto un po’ in disparte, ma qui ci si rifà ampiamente.
Un punto di vista interno alla storia: questo ci viene regalato, una riflessione su se stesso e sugli altri di rara bellezza e raffinatezza. Hodson è un personaggio particolarissimo, eccentrico ed eccessivo in quasi ogni atteggiamento: eccolo definire “gentleman” non solo Tex e Kit che lo accompagnano in città ma anche lo sceriffo che lo tratta con gentilezza, salvo poi dargli del codardo poco dopo, nello stesso modo in cui loda sperticatamente i primi due anche oltre i loro effettivi meriti e loda la torta di mele della governante, nello stesso modo in cui dà del bifolco a chi non lo accoglie con simpatia. E’ uno scrittore del west di fine ‘800, in cui, vedi i casi di Buffalo Bill e Wild Bill Hickock, era usuale spararle grosse sugli eroi di frontiera, così si creavano i miti, quindi si esagerava nel bene e nel male, vedi sceriffo per esempio. Ma al di là di lodi e denigrazioni più o meno eccessive, quest’uomo dalla visione romantica ed estatica della vita capisce che il west non è la sua casa, che la vita di frontiera non fa per lui. Il fatto di aver quasi causato il fallimento del piano di Tex ce lo restituisce più umano e forse più simpatico, e forse è proprio questo che lo fa riflettere sulla sua vita: lasciarlo andare per primo è stata una soluzione molto bella.
Ma ancora più fine è stata la riflessione su Tex e Kit: penso sia la prima volta che un personaggio si fermi a riflettere sui due non solo dal punto di vista eroico, con tutti gli eccessi che ne sono derivati, ma soprattutto dal punto di vista umano. Hodson si è posto delle domande su Tex, su cosa provava, su quali potessero essere le sue motivazioni, quando mai si è visto? E inquadra perfettamente padre e figlio, il primo non incline alle riflessioni, certamente non musone ma introverso, un uomo che fa trasparire molto poco di sé, il secondo invece, data anche la giovane età, sicuramente più estroverso e alla mano, più avvicinabile, “trasparente”, un libro aperto, come viene detto.
Questa differenza viene evidenziata nel momento conclusivo, quello dei saluti, una calorosa stretta di mano e un abbraccio ancor più caloroso.
In queste pagine io mi sono commosso, le trovo veramente eccezionali per finezza psicologica, forse solo io la penso così, ma spero che qualcun altro abbia goduto come me nel leggerle.
Questo lord meriterebbe di essere un compagno fisso di Tex, molto più, per esempio, di un Nat McKennet che non mi è mai entrato nel cuore.
Sono queste le “innovazioni” che vorrei vedere ogni tanto, questi momenti un po’ introspettivi, riflessivi, soprattutto da parte dello stesso Tex, che non deve certo parlare di metafisica platonica o di criticismo kantiano, ma che mi piacerebbe si sciogliesse un po’ verso quelle parti morbide di sé che abbiamo visto raramente, tipo l’ultima pagina di una storia per altro non eccelsa che sto rileggendo ora, “Sul sentiero dei ricordi”, un momento molto delicato dove non parla con nessuno ma pensa dentro di sé ai propri sentimenti e ai propri ricordi. Un Tex meno introverso, ogni tanto, chissà, me lo farebbe apprezzare molto di più.
Questa storia si farà ricordare, più che per la trama in sé, per tutte queste piccole raffinatezze, che poi diventano grandi, e per questo personaggio davvero unico e singolare. Tanto di cappello.
Condivido praticamente tutto quello che hai detto... a parte l'uso del termine partner fisso per personaggi come Nat MacKennett, che appaiono solo una volta ogni tanto.
Andando oltre la storia
I flashback. Vedo che vengono sempre più usati e abusati, sarà una tecnica di sceneggiatura moderna, bella quanto si vuole, ma forse sarebbe l’ora di darsi una calmata, ci sono quasi in ogni storia.
Ti dirò, a me non hanno dato fastidio, anzi, in genere li apprezzo. In questo caso, poi, li ho trovati funzionali alla storia da raccontare. Nel primo caso il flashback serviva a delineare meglio la personalità dello sceriffo rispetto a quella di Tex. Nel secondo caso, a precisare meglio certi aspetti del carattere di Kit per meglio spiegare il comportamento successivo.
Tecniche moderne. Sarà un preciso elemento di sceneggiatura, anche questo moderno, avrà anche un nome che da ignorante non conosco, fatto sta che sempre più spesso in una trama vengono saltati degli eventi forse ritenuti insignificanti o superflui, o per creare la giusta tensione e il giusto ritmo, oppure perché la tirannia delle 220 pagine lo rende necessario, o forse altro ancora. Per esempio, in quest’ultimo albo, ma ci sono tanti altri esempi, si salta la scena in cui Kit sfugge al dottore e quella del lord che fa fallire il piano di Tex: io sono abituato forse al vecchio stile narrativo, ma queste scene le vorrei vedere, mi sento quasi derubato se non lo si fa.
Io, invece no.
Non trovo assolutamente necessario che si mostri proprio tutto. Sta anche all'intelligenza del lettore riempire i buchi. Per quanto mi riguarda, ad esempio, ho avuto una gradita sorpresa quando Kit è apparso a cavallo e mi sono detto: "Bravo Tito: mi sembrava strano che avessi totlo di mezzo Kit in questo modo. Questo è il Kit Willer che ricordavo ed apprezzavo". Una sorpresa che sarebbe stata annacquata se quella scena fosse stata preceduta da una in cui Kit si alza dal letto e parte.
Quanto al perché Tito utilizzi le ellissi narrative, a mio parere la risposta è semplice: questo è il suo stile, è così che scrive. Punto e basta.
Quanto alle tecniche moderne... sono tanto moderne che Gino D'Antonio le usava già più di 30 anni fa.
Mi sono sempre chiesto perché ci siano dei lettori che pensino che certi modi di narrare non siano adatti a Tex (c'è stato perfino chi, riferendosi al finale narrato da Hodson ha sprezzantemente fatto riferimento ad "un Dylan Dog qualunque", qusi che l'uso della prima persona in Tex sia un peccato grave sanzionato dalla Legge Mosaica

). da parte mia non ho mai fatto una questione di stile, ma di aderenza al personaggio ed al suo mondo. Faraci, Boselli o Manfredi non scrivono con lo stile di G.L. Bonelli? Mi sembra la scoperta dell'acqua calda.
Lasciamoli scrivere come sanno (e rompiamo anche meno le scatole ai disegnatori, già che ci siamo, che non è nemmeno detto che le soluzioni grafiche di 50 anni fa debbano essere la Bibbia di oggi

) pretendendo da loro solo che rispettino i personaggi che usano, dandone sì una visione ed interpretazione personale (cosa, del resto, inevitabile) senza peò stravolgerne mai le caratteristiche fondanti.
Questo, almeno secondo me (e la mia è un'opinione che rispetto molto quando mi accingo a leggere qualcosa

). Tito lo ha fatto (come, vale la pena di ribadirla, lo hanno fatto Boselli, Manfredi ed il primo Nizzi) e tanto mi basta. Che poi al storia venga narrata in prima persona, seconda persona, terza persona, dal diario della maestrina del villaggio o dal coro greco, con didascalie o senza didascalie, con ellissi o mostrando tutto fino all'ultimo atto di Tex e soci, francamente mi sembra secondario.
Parallelismi. Anche nella precedente storia dello stesso autore troviamo: “un” personaggio insolitamente abile con le armi da fuoco per il suo mestiere; “un” personaggio che ha qualcosa da farsi perdonare in cerca di riscatto; “un” personaggio che riflette su Tex; un Tex che quasi “accusa” qualcuno di andare troppo sul filosofico.
D'altra parte sono elementi pressochè assenti in
"Evasione" e nulla sappiamo al riguardo nelle storie che Tito sta attualmente scrivendo.
Piuttosto, se c'è un marchio di fabbrica che riconoscerei nelle storie di Faraci finora pubbllicate, è la tendenza a cominciare nel bel mezzo di un'azione e l'inserimento nel corso della vicenda di una sequenza in cui Tex prova o fa riferimento all'efficenza di un'arma.
Programmazione. A marzo 2009 la Bonelli fa uscire un albo di N.Never in cui il capo del protagonista, certamente non un personaggio di azione, si comporta eroicamente nel corso di un attacco alla sua agenzia. Neanche un mese dopo esce un Maxi in cui lo stesso personaggio fa per quasi 300 pagine la figura del fesso, del deficiente, del coglionazzo.
A gennaio 2010 la Bonelli fa uscire un almanacco in cui Kit fa la figura del perfetto idiota, del demente, del vero bamboccione brunettiano. Neanche dieci giorni dopo esce “Destini incrociati” in cui lo stesso Kit è quasi la figura più eroica dell’albo.
Ma come programmano le uscite? La mano destra sa cosa fa la sinistra?
Se ci limitiamo al solo Tex... no. Fino a non molto tempo fa certi tipi di controllo erano praticamente assenti.
Su Nathan Never il discorso è diverso. Lì esiste una continuity ed ogni storia dovrebbe essere supervisionata al fine di armaonizzarla con le altre. Dovrebbe... ma non leggendo più Nathan Never non so quanto sia così adesso.
E ora stacco la spina se no non la smetto più!
Pure io.
